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benvenuto nel MUSEO 'L CIAR di Castell'Alfero (AT)
Il Museo 'L Ciar è stato inaugurato il 1° settembre 2002 a Castell'Alfero, in Piemonte a 10 Km a nord di Asti, in valle Versa.
Si tratta di una vasta raccolta di testimonianze del XIX° - XX° secolo, migliaia di oggetti che riportano indietro nel tempo, con contadinerie, giocattoli ed attrezzi vari. Contiene varie ricostruzioni d'epoca di ambienti casalinghi, scolastici, carcerari e contadini, con 'pezzi' raccolti in oltre trent'anni dai signori Antonio Montesano, Francesco Cantino e Mario Amerio, che mettendo a disposizione del Comune le loro raccolte hanno fondato l'Associazione C'era una volta di Castell'Alfero. Gli ambienti del museo sono i suggestivi ed antichi sotterranei del Castello dei Conti Amico, di proprietà comunale dal 1905. Castell'Alfero è noto per aver dato i natali a Giovan Battista De Rolandis ideatore del Tricolore della Bandiera Italiana, ed a Gianduja, la maschera carnevalesca simbolo del Piemonte.

il Museo 'L Ciar è visitabile su prenotazione (tel. 0141 406611), per la Rassegna Castelli Aperti e nei giorni di maggior interesse turistico del Comune.


VOCI della MEMORIA : MEMORIE AGRESTI :

Bigat e Cochet Data di invio 26/12/2007 Versione stampabile

Per le famiglie che ne avessero la capacità e la pazienza, l'allevamento dei bachi da seta era una risorsa non indifferente, anche perché il grano e il vino erano un raccolto incerto, troppo spesso insidiato e compromesso dalla brina o dalla grandine.
Portavano il seme dei bachi a benedire in chiesa, di solito, il giorno di San Marco (il 25 aprile), così come si trovava nella scatoletta rotonda di cartone bucherellata, acquistata in Asti. 
Un'oncia o anche solo mezza di quella specie di polverina nera, che assomigliava a carbone pestato, bastava per dare, a suo tempo, un gran da fare nelle case, ed era soprattutto un lavoro per le donne, o anche per i ragazzi, giacché il tempo dei bachi era anche quello in cui tutta una serie di pressanti operazioni agricole incalzavano da ogni parte.
La prima fase del lungo ciclo era quella della incubazione, per cui si disponeva il seme su piccoli teli di canapa incorniciati di legno, oppure ci si serviva dei comuni setacci rotondi per la farina, giacché, a quel momento, i bachi non tenevano certo molto posto. L'incubazione avveniva di solito (cosa sconsigliata dai tecnici della bachicoltura) nelle cucine, presso il camino, nelle stalle troppo spesso umide, o anche tra i materassi del letto, per garantire il calore necessario; di incubatrici neanche si parlava.
L'inizio dell'operazione poteva variare a seconda del tempo e della regione; era, comunque, condizionato dalla necessità di trovare subito, per i bacolini appena schiusi, cibo sufficiente. 
Si incominciava perciò verso la fine di aprile, quando le gemme dei gelsi si inturgidivano scoppiando, entro pochi giorni, in tenere foglioline che avevano la lucentezza e il morbido della seta.
Intanto il seme, da nero che era, si faceva bianchiccio e la sua cura richiedeva sempre maggiore calore e attenzione; allora, in certe giornate di pioggia, si tornava all'uso della stufa, già da tempo spenta, perché il fumo del camino poteva anche danneggiare i bachi in incubazione.
Il processo di schiudimento avveniva tra piccoli scoppiettii, come il rumore di unghie sfregate fra loro e questo era provocato dal movimento dei piccolissimi esseri che si accingevano ad uscire dall'uovo. 
Cominciavano ad aprirsi un varco i più vitali ed intraprendenti, e poi, in due o tre giorni, si schiudeva l'intera falange, salvo, naturalmente, i pochi (o i molti) che erano caduti per strada, morti sul nascere per asfissia.
Iniziava così la fase più importante, cioè l'allevamento vero e proprio, tra mille apprensioni e rischi, vuoi per la temperatura da mantenere ad un certo livello, vuoi per la pulitura del letto dei bachi o per la preparazione della foglia di gelso, che doveva essere insieme fresca e asciutta.
Ora i gelsi erano già gonfi di verde e, disposti in rigorose simmetrie, disegnavano, al confine dei campi e dei prati, quadrati e rettangoli esatti, offrendo un piacevole senso di ordine casalingo e cordiale. 
Vi si saliva su, ovviamente scalzi, con l'aiuto di una scaletta a pioli ed era bello starsene all'interno della chioma, in un'atmosfera verde e confortevole che odorava del dolciastro sentore delle foglie e delle more non ancora mature.
Ma, di solito, non c'era tempo per indugiare: il sacco di tela, ancora vuoto e flaccido, con la bocca tenuta aperta da un anello di ferro o di legno e agganciato ad un cavicchio, doveva in tempo breve farsi gonfio di foglie sfilate dai rami, anche perché c'era in quei giorni quasi sempre un temporale che minacciava, costringendo alla fretta.
Intanto i primitivi telaini dei bachi lasciavano posto alle stuoie fatte di canne, dapprima più piccole e maneggevoli e poi più grandi e vaste, di forma rettangolare; venivano sistemate orizzontalmente, alla distanza dì mezzo metro, e le sostenevano quattro solidi pali posti verticali e saldamente assicurati al pavimento e al soffitto. Così lo spazio, in cucina o anche nelle camere da letto, si faceva ristretto per via di quella specie di grattacieli su cui pazientemente, più volte nella giornata fino a notte, le donne di casa si issavano con la scaletta per distribuire puntigliosamente un tappeto di foglie di gelso su quel mare bianco e formicolante. 
Infatti, con una continua inquietudine solo appagata dal cibo, i bachi si muovevano in ogni direzione pigramente, approfittando di ogni appoggio e sollevandosi, quanto più possibile, con l'avancorpo e protendendo il muso in alto come dei ciechi. 
Ai bambini apparivano un poco come mostri in miniatura più strani e buffi che scostanti.
Talora si allestiva, oltre alla pontà, un'altra costruzione per i bachi, il cavallone, ossia una struttura rettangolare appoggiata al muro, oppure di due piani posti a displuvio e congiunti in alto lungo gli spigoli come una tenda militare. 
Erano composti di sottili asticelle messe per lungo, su cui si stendevano ampi fogli di una particolare carta blu, per evitare la caduta dei bachi e vi disponevano sopra direttamente i rami frondosi di gelso, fino a formare una spessa selva in cui pareva che quelli si trovassero ancor più a loro agio.
Accovacciati sotto lo spiovente, in quel corridoio buio e stretto, i bambini si infilavano volentieri disturbando gli adulti indaffarati e poco pazienti; era simpatico stare lì ad ascoltare quel brusìo dei bachi che rodevano tutti insieme le foglie, con un rumore di pioggia, anche se il caldo del luogo era piuttosto insolito e l'odore di chiuso e di fogliame macerato dava un certo fastidio.
Intanto, fra una muta e l'altra tra sonni periodici, regolari e famelici risvegli, i bachi crescevano a vista d'occhio, fino a raggiungere la grossezza di un dito, quando non ingiallivano, diventando quasi trasparenti e dovevano quindi essere accuratamente tolti dal letto comune di stuoia per non contaminare gli altri.
Ad un certo momento, il loro movimento si faceva più greve e torpido ed era il segno che si dovevano preparare i boschi per l'ultima fase del ciclo. 
Erano telaietti rettangolari, fatti di rami di ginestre, di erica, di ravizzone o d'altro, che si collocavano perpendicolari e ad una certa distanza sulle stuoie, così da dividere la distesa mobile dei bachi in tanti corridoietti regolari. 
Era giunto il momento dei bozzoli: lentamente, ma con decisione e sicurezza, tutti i bachi si inerpicavano in tre o quattro giorni tra i rami del bosco, e qui filavano, pazienti, il loro fiore o frutto giallo, in cui si nascondevano per poi rinascere farfalle. Era come una fioritura d'oro che illuminava le stanze e dava un gradevole senso di festa e di gratificazione, anche perché era quello il segno che la fatica e l'apprensione erano finite.
I bozzoli poi, liberati dai rami e dai filamenti setosi esterni, venivano raccolti, lucidi e fruscianti, in grosse corbe di vimini e partivano sui carri, di primo mattino, verso il mercato o i centri di raccolta.
Le case, le stanze potevano anche apparire ora più fredde e spoglie; ma, finalmente, le porte e le finestre potevano liberamente spalancarsi al sole e all'aria della mietitura imminente.

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testo di Giacinto Grassi dalla rivista Il Platano

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Autore: Admin

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