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benvenuto nel MUSEO 'L CIAR di Castell'Alfero (AT)
Il Museo 'L Ciar è stato inaugurato il 1° settembre 2002 a Castell'Alfero, in Piemonte a 10 Km a nord di Asti, in valle Versa.
Si tratta di una vasta raccolta di testimonianze del XIX° - XX° secolo, migliaia di oggetti che riportano indietro nel tempo, con contadinerie, giocattoli ed attrezzi vari. Contiene varie ricostruzioni d'epoca di ambienti casalinghi, scolastici, carcerari e contadini, con 'pezzi' raccolti in oltre trent'anni dai signori Antonio Montesano, Francesco Cantino e Mario Amerio, che mettendo a disposizione del Comune le loro raccolte hanno fondato l'Associazione C'era una volta di Castell'Alfero. Gli ambienti del museo sono i suggestivi ed antichi sotterranei del Castello dei Conti Amico, di proprietà comunale dal 1905. Castell'Alfero è noto per aver dato i natali a Giovan Battista De Rolandis ideatore del Tricolore della Bandiera Italiana, ed a Gianduja, la maschera carnevalesca simbolo del Piemonte.

il Museo 'L Ciar è visitabile su prenotazione (tel. 0141 406611), per la Rassegna Castelli Aperti e nei giorni di maggior interesse turistico del Comune.


VOCI della MEMORIA : TUTTE STORIE :

fiabe: LA BISCIA Data di invio 13/4/2009 Versione stampabile

Un contadino andava a segare il prato tutti i giorni, e a mezzogiorno le sue tre figlie gli portavano da mangiare.
Un giorno andò la prima, e quando fu nel bosco, essendo stanca, si sedette su una pietra a riposare. Appena si sedette, sentì dare un gran picchio sottoterra, e da sotto la pietra uscì una biscia.
La ragazza lasciò il cesto e, gambe aiutami!, scappò via: e quel giorno il padre restò a pancia vuota. Tornò a casa e sgridò le ragazze.
L'indomani ci andò la seconda. Si sedé sulla pietra e capitò lo stesso: gambe aiutami!
Allora la terza disse: - A me, a me! io non ho paura. - e invece d'un paniere di roba da mangiare se ne portò due. Quando sentì dare il picchio e vide la biscia, le diede un paniere di roba e la biscia le parlò:
- Portami a casa con te, - disse, - farò la tua fortuna! - e la ragazza se la mise nel grembiule.
Portò l'altro paniere al padre nel prato, poi tornò a casa e mise la biscia sotto il letto.
La biscia ogni giorno diventava più grossa, tanto che sotto il letto non ci stava più.
Andò via, ma prima di partire lasciò in dono alla ragazza tre sorti: che piangendo le cadessero lacrime di perle e argento, che ridendo le cadessero dal capo chicchi di melagrana d'oro, e che lavandosi le mani le uscissero di tra le dita pesci d'ogni qualità.
Quel giorno in casa non c'era nulla da mangiare, e il padre e le sorelle erano disperati dal digiuno, ma lei subito provò a lavarsi le mani, e la catinella si riempì di pesci. Le sorelle diventarono invidiose e persuasero il padre che c'era qualcosa sotto, ed era meglio chiudere la ragazza nel solaio.
Dalla finestra del solaio, la ragazza guardava nel giardino del Re, e c'era il figlio del Re che giocava alla palla. Giocando alla palla, fece uno scivolone e cadde in terra, e la ragazza scoppiò a ridere.
Ridendo le cadde giù una pioggia di chicchi di melagrana d'oro.
Il figlio del Re non riusciva a capire da dov'erano caduti, perché la ragazza aveva subito chiuso la finestra.
L'indomani, tornando in giardino per giocare alla palla, il figlio del Re vide che c'era nato un melograno, già alto e carico di frutti. Fece per cogliere le melagrane, ma l'albero cresceva a occhiate, e bastava alzare una mano perché i rami s'alzassero d'un palmo.
Visto che nessuno riusciva a cogliere neanche una foglia da quell'albero, il Re fece radunare i Savi perché gli spiegassero l'incanto. E il più vecchio di tutti i Savi disse che poteva cogliere quei frutti solo una ragazza, e quella sarebbe stata la sposa del figlio del Re.
Allora il Re mandò fuori il bando che tutte le ragazze da marito venissero al giardino, pena la testa, per provare a cogliere le melagrane.
Vennero ragazze d'ogni semenza, ma per raggiungere quei frutti non bastavano scale né scalette. Vennero anche le due figlie più grandi del contadino e cascarono dalla scala a gambe all'aria.
Il Re mandò a frugare nelle case se si trovavano altre ragazze, e così scovarono quella chiusa nel solaio.
Appena accompagnata alla pianta, i rami s'inchinarono e le porsero in mano le melagrane.
Tutti gridarono: - Ecco la sposa! Ecco la sposa! - e il figlio del Re per primo.
Furono preparate le nozze, e le sorelle sempre invidiose erano invitate anche loro alla festa.
Andando tutte e tre sulla stessa carrozza, in mezzo a un bosco si fermarono. Le due grandi fecero scendere la piccola, le tagliarono le mani, le cavarono gli occhi e la lasciarono per morta in un cespuglio. La più grande si mise la veste da sposa e così si presentò al figlio del Re.
Il figlio del Re non capiva come mai fosse tanto imbruttita, ma siccome un po' le assomigliava, credette d'essersi sbagliato lui a crederla così bella.
La ragazza senz'occhi e senza mani rimase a piangere nel bosco. Passò un cavalcante che ne ebbe compassione e la fece salire sul suo asino per portarla a casa sua.
Lei gli disse che guardasse in terra: c'era pieno di perle e argento, che erano le lagrime della ragazza.
Il cavalcante le andò a vendere e fece più di mille lire: così viveva contento, anche se quella ragazza senz'occhi e senza mani non poteva lavorare e aiutare la famiglia.
Un giorno la ragazza sentì una biscia che le si attorcigliava a una gamba: era la biscia sua amica.
- Sai di tua sorella che ha sposato il figlio del Re ed è diventata Regina perché il Re vecchio è morto? Ora aspetta un bambino e ha voglia di fichi.
La ragazza disse al cavalcante: - Caricatevi una soma di fichi e andateli a portare alla Regina.
- Come faccio a trovare dei fichi di quest'epoca? - disse il cavalcante.
Difatti, era d'inverno. Ma la mattina dopo andò nell'orto il fico era carico di frutti, così senza foglie com'era. Lui ne riempì due corbe e le caricò sull'asino.
- Chissà quanto posso chiedere per dei fichi d'inverno? - disse il cavalcante.
- Dovete chiedere un paio d'occhi, - disse la ragazza.
Lui così fece, ma né la Regina, né il Re, né sua sorella si sarebbero mai cavati gli occhi. Allora parlottarono un po' tra sorelle e dissero:
- Diamogli pure quelli di nostra sorella, tanto cosa ce ne facciamo? - e comprarono i fichi con quegli occhi.
Il cavalcante riportò gli occhi alla ragazza che se li rimise al loro posto, e tornò a vederci come prima.
Poi la Regina ebbe voglia di pesche e il Re mandò a chiamare quel cavalcante, se mai potesse trovare pesche come aveva trovato fichi.
La mattina dopo, nel suo orto, il pesco era carico di pesche, e lui con l'asino ne portò subito una soma in Corte. Gli chiesero quanto ne voleva e lui disse:
- Un paio di mani.
Ma nessuno si voleva tagliare le mani, neanche per far piacere al Re.
Allora le sorelle, parlando tra loro: - Diamogli quelle di nostra sorella.
Quando la ragazza riebbe le sue mani se le riattaccò alle braccia e guarì.
Dopo poco tempo, la Regina partorì e fece uno scorpione. Ma il Re fece dare lo stesso una festa in cui tutto il mondo era invitato.
E la ragazza si vesti da Regina ed era la più bella della festa. Il Re se ne innamorò e innamorandosene s'accorse che era la sua sposa di prima.
Lei rise e caddero chicchi d'oro, pianse e caddero perle, si lavò le mani e faceva pesci nel catino.
E così ridendo e piangendo e facendo chicchi, perle e pesci gli raccontò tutta la storia.
Le due cattive sorelle e lo scorpione furono bruciati in una catasta di legna alta come una torre.
Lo stesso giorno ci fu il gran pranzo di nozze.

Fecero tanto lusso e spatusso Ma io ero dietro l'uscio. Per mangiare andai all'osteria. E così finisce la storia mia.

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Fiaba raccolta in Monferrato e trascritta da Italo Calvino e pubblicata nella raccolta FIABE ITALIANE.

 

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Autore: Admin

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