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Vista questa rubrica, un amico di infanzia mi ha consegnato, per una possibile pubblicazione, questo lavoro svolto da sua figlia a scuola in seguito all'avventura che gli era capitata da ragazzino e che le aveva raccontato. Il giudizio dell'insegnante è stato: Brava. Svolgimento corretto e ben condotto. Voto 8 Il protagonista di questa storia? Nessuno: come dire chiunque di coloro che nei tempi incontaminati dalla televisione e dai videogames cercavano e trovavano svago e divertimento con le semplici cose di tutti i giorni, talvolta lecite talvolta un po' meno, sempre comunque entro i limiti di quelle che ancor oggi definiamo “masnaiade”. Proprio perché rappresenta tutti e nessuno, Tilio sarà il suo nome, il nome del mio papà. gfv
IL CAMPO DI COCOMERI Era domenica. L’acqua continuava a scrosciare nel lavabo e Tilio (Attilio) sapeva che finché in casa vi fossero più stati rumori lui non sarebbe potuto uscire. L’attesa era snervante ma aveva già fatto tutti i lavori comandatigli dal papà: sapeva di avere buone possibilità di ottenere il permesso. Non gli piaceva dover restare in casa perché sapeva che sarebbe bastato un nonnulla per essere sgridato. Finalmente lo scorrere dell’acqua cessò. Sua madre aveva finito di rassettare la casa dopo il pranzo domenicale. Racimolato tutto il coraggio che aveva e, dopo essersi accertato che il papà era a riposare chiese alla mamma: “Mamma, scusa, posso andare in piazza a divertirmi con i miei amici?” Con un lungo sguardo severo, tanto per tenerlo un po' sulle spine, la mamma finalmente rispose: “Basta che tu non combini guai altrimenti tuo padre penserà lui a farti divertire”. Questa raccomandazione non intaccò il suo buon umore perché era un sì. La strada per arrivare sino alla piazza del paese era costeggiata da un rio che a causa del grande caldo e della mancanza di piogge era quasi asciutto rimanendo pur sempre un bel posto dove giocare. Mentre correva a raggiungere i compagni rammentava la raccomandazione di sua madre. Suo padre era molto severo e non tollerava disubbidienze o “marminele”: in quel caso un castigo ed un ceffone o due erano assicurati. Gli tornò alla mente come suo padre lo punì per non aver raccolto in tempo delle foglie secche da usare poi come concime per l’orto, ma scacciò velocemente questi brutti pensieri. Il divertimento era in arrivo. Quasi giunto in piazza vide in lontananza gli amici che lo aspettavano ansiosi. Un ultimo sforzo impegnato delle gambe gli permise di guadagnare qualche secondo. Li raggiunse con il fiatone ma non vi diede peso. Era arrivato. Ma giunto a destinazione si presentava un altro problema: “Cosa facciamo?”. La sete scatenata dal caldo e dalla corsa, considerato che non era possibile appagarla con la poca acqua che ancora scorreva nel rio come un tempo, visto che dopo l’apertura dell’allevamento dei maiali in collina, faceva venire il mal di pancia e il vomito, contribuì in modo determinante alla loro decisione: “Ci daremo alla raccolta di frutti.” Si incamminarono di buona lena verso la piana, canticchiando e scherzando tra loro. Il caldo era tanto. Gli abiti aderivano ai loro corpi sudati, gli uccelli non cinguettavano, sfiniti anche loro da quell’afa, le cicale frinivano monotone. Una lieve brezza muoveva le grandi distese di granoturco, sufficiente a produrre un leggero stormire ma non a stemperare la canicola. Tilio apostrofò Gildo (Ermenegildo),il più lento dei quattro: “Sbrighiamoci. Più lontano c’è il pozzo d’irrigazione. Con sta "suitin'a" sarà certamente in funzione e la sua vasca piena di acqua fresca. Muoviamoci”. Ora avevano una meta. Percorsero la piccola stradina campestre che sfociava in una strada più grande e trovarono piena d’acqua la grossa vasca del pozzo che serviva per irrigare le coltivazioni dei campi vicini. Sul muretto che ne costituiva il bordo stava seduto un vecchietto e l’odore nauseante della sua pipa si propagava nell’aria calda di quel giorno d’estate. Dopo aver bevuto ed essersi rinfrescato Tilio si allontanò dal gruppo in perlustrazione ed ebbe una grande sorpresa. Lesto tornò sui suoi passi e comunicò agli altri la sua scoperta: “Ragazzi si mangia, proprio qui dietro c’è un campo di cocomeri. Andiamo.” Detto fatto e ciò che si presentò loro fu un vero paradiso. Paradiso dei cocomeri. Controllarono circospetti che non vi fosse nessuno nei paraggi dopodiché si avventarono sui grandi frutti. Scelsero con calma le più grandi e mature e dopo averle abbracciate, si avviarono verso la vasca. Dopo averle immerse nell’acqua fresca e pulita ognuno di loro, con grande cura prese a far roteare la propria affinché perdesse la calura accumulata. “Avete rubato delle angurie” constatò l’anziano signore sempre seduto sul bordo della vasca. “Si, una per uno” confermò non senza una punta d’orgoglio Sandrin (Alessandro). Tilio rincarò la dose:” "li darè ai na iè 'n camp 'nter, basta coacésse a cheuje le pi bele". Il vecchietto si alzò con fare noncurante e si incamminò, appoggiandosi gravosamente al suo bastone, procedendo con passo lento e cauto verso una cascina che si intravvedeva a malapena dietro alcuni filari di pioppi. Coscienziosamente continuarono il loro lavoro, ma ora in silenzio. Gildo, il più lento ma più avveduto, concretizzò il pensiero di tutti: “E se il vecchietto è andato ad avvisare i padroni? Ragazzi, andiamocene, prima che possa essere troppo tardi!” Si caricarono del loro bottino e partirono. Giunsero ad un piccolo spiazzo erboso, un piccolo prato al cui limite prima di un campo di granoturco vi erano alcuni alberi di salice. Si sedettero alla loro ombra, nascosti dai bassi rami e non disponendo di coltelli ne di alcun tipo di attrezzo, con molta decisione ognuno di loro gettò in terra la sua anguria per spezzarla ed accedere alla rossa polpa. Cominciarono a mangiarle avidamente. Con le mani. La polpa succosa e fresca veniva assaporata con soddisfazione, non limitandosi però ad essere solo gioia per il palato: forniva infatti le munizioni per impegnar combattimento a colpi di semi, con le labbra impiegate a guisa di cerbottana. Continuando a gustare il dolce sapore ciascuno divenne cecchino e bersaglio per tutti gli altri, ingaggiando una vera e propria battaglia. Il caldo era mitigato dall’ombra dei salici. Ad un tratto quel momento di spensierata soddisfazione fu interrotto dallo scoppiettio in avvicinamento di una moto. Smisero immediatamente di schiamazzare e darsi battaglia coi semi. “Lo sapevo che quel succhia pipa avrebbe avvisato i padroni.” “Non ti preoccupare Tilio, tanto siamo nascosti dalle piante. Non ci troverà mai” esclamò Sandrin. Pia illusione: quando il centauro ebbe fatto la curva individuò immediatamente i quattro mascalzoni intenti a mangiarsi i suoi cocomeri. Voltò velocemente il suo Guzzino ma arrivato sul luogo dove prima erano i quattro riuscì a malapena a vedere l’ultimo intrufolarsi nel campo di granoturco. Vide invece molto bene i resti dei cocomeri e della battaglia sparsi a terra. “Cojon” esclamò “An toca che i ciapa!” Non riusciva però a vederli, nascosti com’erano nel campo di meliga. Rimase un momento a riflettere quindi agì. Avrebbe compiuto dei giri intorno al campo, sfiancandoli, costringendoli a scoprirsi e ad uscire. Una volta presi si sarebbe comportato di conseguenza. Non erano poi altro che quattro “masnajon”. Compiuto il primo giro vide che effettivamente i ragazzi correndo tutti insieme tradivano la loro posizione: le piante al loro passaggio si flettevano e lui era sempre in grado di sapere esattamente dove fossero. Diede così un orientamento più preciso e sistematico ai suoi giri. I ragazzi erano in preda al panico. Non sapevano più da che parte scappare. Era necessario fermarsi e riflettere. Avevano capito anche loro che l’uomo riusciva a percepire i loro movimenti perché facevano un gran fracasso e scompiglio muovendosi tutti insieme. Allora si misero a correre verso la parte opposta a quella ove si trovava l’uomo. Da una parte all’altra del campo. Questo era molto grande ed il padrone fu costretto a fare percorsi molto lunghi perdendo cosi tempo. La cosa non poteva andare avanti a lungo. Il volto e le braccia dei quattro erano segnate dalle foglie taglienti del granoturco che li staffilavano durante la corsa, sempre più stanchi ed in più terrorizzati dalla punizione che sarebbe stata loro inflitta, se fossero stati presi. Dal padrone prima e dai loro genitori poi. Fermi un momento per prendere fiato a Tilio espose un'idea che gli era venuta mentre correvano nel campo: “Ragazzi, da un lato del campo al di la della stradina passa la ferrovia. Se prendiamo bene il tempo che quel tizio impiega a girare intorno al campo possiamo scattare, attraversare la strada ed infilarci in uno dei cunicoli che passano sotto la scarpata della ferrovia mettendoci in salvo dall’altra parte”. Tutti d’accordo! Ma chi va per primo? A quel punto si sarebbe scoperto chi era il più coraggioso. Si fini col tirare la pagliuzza. E guarda caso toccò al nostro Tilio. Si avvicinarono con cautela verso quella parte del campo prestando attenzione a non far notare i loro movimenti e rimanendo a distanza di sicurezza dai margini della coltivazione per non essere visti. Intanto il contadino continuava a far correre il suo Guzzino. Appena lo stesso fu passato per l’ennesima volta davanti a loro ed ebbe girato l’angolo del campo Tilio partì. Subito con il cuore in gola credette di non farcela, la paura gli attanagliava le gambe. Pensava: “Ora il padrone arriva in punta al campo, e mi acchiappa Invece, trovò in tempo l’imboccatura del cunicolo e lo percorse velocemente verso la salvezza. Uno dopo l’altro vennero a trovarsi al sicuro, protetti dall’imponente massicciata al di là della ferrovia. Via di corsa con le ultime energie verso casa. La giornata volgeva al termine ed il contadino cominciava ad essere stufo dei suoi giri. Decise di smettere convinto che i quattro fossero ancora tra il granoturco. Visto lo spavento che certamente avevano preso quelle pesti le sue angurie non le avrebbero più toccate. Quando mollò i ragazzi erano già fuggiti da più di un ora. E cosi, io, il Tilio del racconto, rimbocco le coperte al mio bambino e rimango ancora un momento a guardarlo mentre dorme, sapendo che non potrà mai avere un’infanzia come la mia, povera ma forse più libera e spensierata. So che presto dimenticherà questa storia, pensandola un’invenzione della mia fantasia, mentre io la custodirò gelosamente nello scrigno dei miei ricordi.
Storia inviataci da Gian Franco Visca, Sindaco di Trofarello
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