Cose di una volta, che passione

Da cosa nasce la passione per queste raccolte?
Innanzi tutto non è una vera passione, ma è la voglia di sapere, di scoprire, di conoscere come fosse la vita dei nostri predecessori.
Partiamo quindi col renderci conto che l’arrivo dei trattori ha cancellato in brevissimo tempo tutto un sistema di vita e di lavoro che era durato inalterato per almeno duecento anni.
Repentinamente tutto subì una radicale trasformazione, iniziando dall’edilizia. Oggi non sono più necessari quei grossi cascinali, dove l’importanza maggiore era il locale “stalla”, né le immense arcate dei fienili, i portici, cioè tutta quella parte chiamata “rustico”.
Da non dimenticare i letamai, situati in bella vista nei cortili, dalle cui dimensioni era facilmente stimabile lo stato di benessere economico della famiglia, poiché erano direttamente proporzionali alla quantità di animali contenuto nelle stalle: più bestiame voleva dire più terra da lavorare, uguale (si fa per dire) più ricchezza.

Ogni pezzo, ogni articolo di queste collezioni si porta appresso un pezzetto di storia, di lavoro, di fatiche, di economie oggi a noi sconosciute. Il quoziente di abilità manuale era altissimo. Ogni attrezzo veniva riparato, modificato e spesso addirittura costruito in proprio (fai da te) a seconda delle esigenze specifiche.
Un settore dove viene evidenziato al massimo quanto detto è quello dei giocattoli costruiti direttamente dai bambini.

Tra i problemi da risolvere di importanza vitale vi era l’illuminazione, sviluppata con questo ordine di miglioramento: l’antica fonte di luce era esclusivamente quella del fuoco del camino; più avanti nacque la candela, un impasto di sego e grasso, dopo il lumino ad olio, quindi il lume prima a petrolio e poi ad acetilene (gas ottenuto con carburo ed acqua); infine giunse la luce elettrica.

Altro problema importantissimo era l’approvvigionamento dell’acqua. Nei cortili delle cascine si scavavano a mano dei pozzi e per trovare l’acqua si dovevano raggiungere profondità anche di 30 metri.
Per prendere l’acqua bisognava calare nel pozzo un secchiello di legno tramite una corda o una catena. Quando il secchiello per disgrazia si sganciava e rimaneva sul fondo era un dramma, bisognava ripescarlo con un attrezzo particolare (graffio) che non tutti possedevano.
Questo e molti altri problemi creavano grosse difficoltà di sopravvivenza. Ed ogni oggetto, a prima vista insignificante, aveva la sua precisa funzione, la sua collocazione e la sua indispensabilità.

Proprio perché tutto ciò sia materia di studio e di conoscenza è stato creato il Museo ‘L Ciar dove tutti potranno conoscere il passato per vivere meglio il futuro, e soprattutto per apprezzare l’operosità e l’intelligenza che ha creato i presupposti per il progredire.
Le testimonianze esposte, suddivise in stanze tematiche ricavate nei locali dei sotterranei del castello di Castell’Alfero, i quali già di per sé sono un’attrattiva, in quanto ricchi della loro autenticità che risale a prima dell’anno 1000 e sono testimonianza di curiose antiche storie.
Il loro fascino suggestivo sarà sicuramente apprezzato dai visitatori.

Mario Amerio

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