Portacote – Cote

OGGETTO: Portacote – Cote

USO:
il portacote è un oggetto forgiato nel legno che aveva la funzione di contenere la cote, pietra per affilare sul momento le lame di falci, roncole, falcetti.
La cote è costituita da una lista di pietra arenaria acconciata con la martellina a forma di rombo o fuso, sia per renderla maneggevole che per essere adatta all’affilatura.
Questa veniva usata sapientemente dai contadini direttamente sui luoghi di lavoro in campagna, nei campi e nei prati, per riaffilare gli attrezzi che durante il loro utilizzo perdevano la propria affilatura.
Il portacote doveva essere un contenitore a tenuta stagna, perché doveva trattenere oltre alla pietra anche un po’ di acqua; questo era motivato dal fatto che una cote intrisa di acqua esalta le sue proprietà affilanti.

UTILIZZO:
Come prima operazione si doveva pulire la lama da riaffilare, magari con una manciata d’erba, controllandone la “sgrassatura” con il polpastrello del pollice, operazione utile anche per “sentire” dove, in quali punti, occorressero i primi colpi di cote più vigorosi, fatti per spianare le eventuali ammaccature della lama.
Poi, tenendo ben saldamente con una mano l’attrezzo da riaffilare, con l’altra mano si passava vigorosamente e velocemente la pietra su entrambi i lati del filo della lama, che si assottigliava leggermente sino a restituire un attrezzo tagliente come un rasoio.
Bisognava avere una certa abilità e dimestichezza con questi rapidi, alternati e cadenzati gesti, per evitare di tagliarsi profondamente le mani.

ACCESSORI:
Il portacote è munito di una apposita “lingua” da infilare nella propria cintura dei pantaloni, per portarlo sempre appresso quando il lavoro nei campi richiedeva appunto l’uso di attrezzi da taglio.
Veniva in genere portato sul lato schiena, spostato sul lato della mano predominante (a destra per i destrimani, a sinistra per i mancini).
Alla sua estremità inferiore vi è una sorta di sperone, che veniva usato per facilitare l’operazione di conficcare leggermente nel suolo il portacote, affinché questi rimanesse in posizione verticale.
Ciò avveniva quando il contadino voleva appoggiare a terra l’attrezzo, ma naturalmente senza rovesciare la preziosa acqua ivi contenuta, in cui era sempre parzialmente immersa la cote.

ANEDDOTI:
Forse una delle più antiche notizie su questo attrezzo ci perviene da uno scritto alessandrino (città egiziana) intitolato “il fisiologo”, che fu scritto probabilmente fra il II ed il V secolo dopo Cristo, nel quale insieme a vari animali sono descritte le proprietà di alcune pietre.
Della cote, chiamata già da allora pietra indiana o pietra d’India, il fantasioso autore ce ne trasmette le curiose proprietà curative che a quei tempi si credeva possedesse: “…la pietra Indiana si tiene legata per tre ore al corpo dell’uomo ammalato d’idropisia in modo che assorba tutte le acque. Lasciata poi per tre ore al sole, spande fuori tutte le acque putride assorbite dal corpo del malato e ridiviene pura com’era prima…”
E’ una interpretazione fantasiosa dell’osservazione fatta dall’autore sulla particolare usanza e necessità di tenere la cote dentro all’acqua.

NOTE:
il tipo di portacote in uso precedentemente presso i contadini locali era ricavato da un corno di bue, mentre il modello che lo sostituì fu costruito in latta, lamiera ed infine fu realizzato in plastica.

COSTRUZIONE:
il materiale costruttivo di questo portacote è il legno.

DISEGNO ORTOGRAFICO:
nell’allegato alla presente in formato .PDF, foglio in formato A3, vi è il disegno ortografico in scala, con tutte le quote e relativi materiali costruttivi, dell’attrezzo descritto.

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